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“Quelli che Spezzano”: intervista a Tiziana Barillà

Segnatevi questa data: giovedì 15 ottobre uscirà per Fandango “Quelli che Spezzano. Gli arbëreshë tra comunalismo e anarchia”, il nuovo libro della giornalista Tiziana Barillà. Noi di Iskander l’abbiamo intervistata in anteprima e le abbiamo chiesto di raccontarci i temi fondamentali del suo libro.

«Non c’è da stupirsi se, alla ricerca di una storia di Libertà, torno in Calabria, tra gli albanesi di Calabria. Ché i calabresi sono un popolo di ribelli, non di criminali. E la Calabria è terra d’anarchia, non di violenza.»

Da dove nasce l’interesse per i paesi arbëreshë (e per Spezzano Albanese in particolare)? Avevi già conosciuto questo mondo o è stato una conseguenza del tuo interesse per le esperienza di comunità?

L’interesse per le comunità arbëreshë è venuto dopo. Guardando i dati ISTAT emerge che addirittura tre calabresi su cento siano arbëreshë: dei centomila arbëreshë d’Italia, sessantamila sono in Calabria, eppure se ne parla pochissimo. Il mio interesse nasce da questa osservazione: a metà del ‘400, pur inquadrando la vicenda nel giusto panorama storico, possiamo dire che esistessero dei rudimentali corridoi umanitari. Un re e un condottiero hanno trovato un’intesa. Una monarchia, quella degli Aragonesi, ha dato a Scanderbeg la possibilità di tenere questo “canale” aperto per portare i suoi “sudditi” nel Regno, attraverso un viaggio non facile ma vitale. 

Spezzano
L’illustrazione in copertina è di Anarkikka.

In questo libro cerco di smantellare tre diversi luoghi comuni: su Spezzano (e quindi, in generale, sugli arbëreshë), sulla Calabria e sull’anarchia. La cattiva conoscenza porta con sé il pregiudizio ed è per questo che certi luoghi comuni vanno smontati. Qui si tratta di tre diversi luoghi della mente che vengono raccontati come terre di violenza e d’ignoranza, e questo non è vero. La Calabria è terra di anarchia, non di violenza, e i calabresi sono un popolo di ribelli, non di criminali. Io voglio raccontare alla gente che esiste questo posto, Spezzano Albanese, e che ciò che sto raccontando fa parte della storia d’Italia: gli arbëreshë sono presenti in molte rivoluzioni che hanno accompagnato la storia dell’Italia unita.

 

Hai anticipato la mia prossima domanda. Stavo per chiederti quale fosse il tuo obiettivo principale nello scrivere questo libro.

Più che di obiettivi parlerei di nodi, e insieme a ciascuno dei due nodi principali che affronto c’è un po’ di paura che il mio racconto venga frainteso.

Il primo è molto politico e riguarda il mondo della sinistra. Racconto una comunità che, grazie al lavoro degli anarchici, riesce a togliere la sedia del potere ai comunisti. Il mio libro non è anticomunista, sia chiaro, ma ripercorre la storia dei tradimenti della sinistra, la storia di quella missione originaria che è stata tradita. In questo libro la contrapposizione che si delinea non è quella “classica” tra fascisti e comunisti, ma tra autoritari e libertari. Ritengo questo tema molto delicato e infatti ho cercato di usare la penna con grande cautela…

Il secondo tema riguarda l’Unità d’Italia, o meglio «quella occupazione meglio nota come Unità d’Italia». Anche in questo caso ho cercato di essere molto attenta, perché abitualmente se affronti l’Unità d’Italia in modo critico vieni automaticamente catalogato come neoborbonico, e questa è una semplificazione terribile: dovremmo abbandonare le polarizzazioni di questo tipo. Prendiamo il fenomeno del brigantaggio come esempio: i briganti combattevano contro un potere costituito che, pur cambiando nome (Napoleone, Borbone, Piemontese), cambiava poco e niente nella prospettiva della vita quotidiana. Occuparsi della microstoria può darci la misura per valutare anche la storia: in questo libro  provo a entrare direttamente nella vita della comunità, quindi nella microstoria, di Spezzano Albanese. Gli arbëreshë calabresi hanno combattuto al fianco di Garibaldi e hanno contribuito all’Unità perché credevano avrebbe migliorato le loro vite, volevano la ridistribuzione delle terre, per questo poi hanno sentito di essere stati traditi “dall’Italia”. 

 

Ecco, proprio a proposito degli arbëreshë calabresi, puoi anticiparci qualcosa dell’esperienza anarchica di cui parli nel libro? 

Per quanto riguarda la struttura del mio libro, protagonista è sicuramente la piccola comunità arbëreshë. Minikuci (soprannome di Domenico Liguori) è stato il mio Virgilio in questo viaggio che inizia nel 1969 con il caso Pinelli e attraversa cinquant’anni di storia del movimento anarchico, di cui trent’anni di sperimentazione e autogoverno. Grazie alla storia di Spezzano spero di riaprire una discussione sull’autogoverno.

Nella seconda parte, quella più storica, cerco di rintracciare da chi abbiano raccolto il testimone gli arbëreshë di Spezzano. Partendo dai tempi di Scanderbeg traccio una rapida carrellata che arriva alle vicende contemporanee. Vengono fuori persone e luoghi che fanno parte della nostra storia, anche se spesso sui libri di storia non li troviamo, come ad esempio un piccolo liceo calabrese (Il Collegio di Sant’Adriano) che ha formato molti rivoluzionari, o come Attanasio Dramis, il primo anarchico di Calabria. 

 

Ringraziamo sentitamente Tiziana Barillà e l’ufficio stampa di Fandango per averci concesso questa intervista in anteprima sul libro, che non vediamo l’ora di leggere. 

Maria Fiorella Suozzo

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